lunedì 22 agosto 2016

SCRIVO IL MIO AMORE CON L'INCHIOSTRO

di Homero Aridjis


Scrivo il mio amore con l’inchiostro.
Tu mi hai dato la voce,
io solo la apro al vento.
Tu dormi e io sogno.
Sogno che sei lì,
dietro le parole.




domenica 3 luglio 2016

NON C'E' ABBASTANZA SILENZIO

di Hilda Hilst


Non c’è abbastanza silenzio
Per il mio silenzio.
Nelle prigioni e nei conventi
Nelle chiese e nella notte
Non c’è abbastanza silenzio
Per il mio silenzio.
Gli amanti nella stanza,
I topi nel muro.
La ragazzina
Nei lunghi corridoi del collegio.
Tutti i cani perduti
Per i quali ho sofferto:
Il mio silenzio è maggiore
Di tutta la solitudine
E di tutto il silenzio

SEDIAMOCI E PARLIAMO

di Roberto Rebora


Sediamoci e parliamo
giro la chiave della porta
entriamo dove c'è
un paesaggio di forme conosciute
una camera con cose delle quali
ho già detto una volta
quando ho compiuto il gesto di arrivare...
non è tana o rifugio
o il luogo dove un vecchio si ferma
forse è una sosta di quiete e di silenzio
muri con una finestra la' in fondo.
Entriamo dunque e sediamoci
non manca nulla
neppure lo sgomento
e la gioia che gioca con le ombre
e l'evidenza splendente degli enigmi
e le risposte non date
e l'attesa ancora
e la serenità anche
timorosa tentatrice...
Lo so che per ripetere
sei venuta voce di domani
che nasce dal semibuio del passato...
procediamo non soli
con una morte sconosciuta accanto...
conosciamo di noi sempre altro
volti che affiorano
e il sussurrio ritrova
sillabe non disperse nel tempo.
Se riposo a volte
sento gridare aspetta
e riconosco chi grida
ed altri che verranno...
siamo pronti forse
a risponderci pacatamente.



POESIA

di Donald Justice

Questa poesia non è dedicata a te.
Forse ci entrerai un pochino,
ma nessuno ti troverà qui, nessuno.
Sarai cambiata prima della poesia.
Proprio mentre te ne stai seduta lì, immobile,
hai già cominciato a svanire. E non importa poi molto,
la poesia andrà avanti anche senza di te.
Hai lo splendore fittizio di certe assenze.
Non è che sia triste, veramente, solo vuota.
Una volta sì, forse, era triste, chissà poi perché.
Preferisce non ricordare nulla.
Le nostalgie se ne sono staccate tanto tempo fa.
Qui non c’è posto per il tuo genere di bellezza.
E’ la notte il cielo di questa poesia.
Troppo nero per le stelle.
E non ti aspettare illuminazioni.
Tu non puoi né devi capire quel che significa.
Senti? Arriva senza chitarra,
non è né stracciata né vestita di porpora.
E non ha niente che possa rincuorarti.
Chiudi gli occhi, sbadiglia pure. Sta quasi per finire.
Dimenticherai questa poesia, ma non prima
che essa abbia dimenticato te. E non importa poi molto.
E’ stata più bella proprio nelle cancellature.
O specchi sbiancati! Oceani degli annegati!
E un silenzio non è uguale a un altro.
E quel che ne pensi tu non importa poi molto.
Mica è dedicata a te, questa poesia.


 

LA TUA VOCE AL TELEFONO

di Dario Jaramillo Agudelo


La tua voce al telefono così vicina e noi così distanti,
la tua voce, amore, dall’altra parte della linea e io qui solo, senza te, dall’altra parte della luna,
la tua voce al telefono così vicina, rassicurandomi, e tu così lontano da me, così lontana,
la tua voce che ripassa i compiti fatti insieme,
o che rammenta un numero magico,
che al di sopra del chiasso del mondo mi parla per dire in linguaggio cifrato che mi ami.
La tua voce qui, o in lontananza, che dà senso a tutto,
la tua voce che è la musica della mia anima,
la tua voce, suono dell’acqua, scongiuro, incantesimo.







SOLLEVA IL CAPO

di Marija Škapskaja


Solleva il capo e osserva il cielo:
l’un l’altra s’inseguono le nubi.
Si sfiorano appena e già sono divise,
perdute, l’una per l’altra.
Così anche noi ci separiamo,
anche noi ci perdiamo, in questo mondo.
Abbassa il capo e guarda il mare:
l’un l’altra si rincorrono le onde.
Si scontrano appena e già sono divise,
perdute, l’una per l’altra.
Così anche noi ci separiamo,
anche noi ci perdiamo, in questo mondo.




LO SPECCHIO

di Maria Luisa Spaziani


Io mi ricordo onde che s’infrangono
molto più forti rapide violente
contro scogli giganti alla cui vetta
non si leva nemmeno per scongiuro
mai la mano dell’uomo. Ne ricordo
l’orgoglio ed il candore, l’inesausta
potenza nel creare cattedrali
che nessun occhio sfiorerà nel tempo,
che rifiutan preghiere, e che nel rombo
millenario riscoprono la musica
che fu prima dell’Arca, che la terra
espresse singhiozzando eppur rapita
nel suo stesso morire.



CREDIMI, TENTO

di Luciano Luisi


Credimi, tento. Ma forse potresti aiutarmi!
Lo so che non concedi
attenuanti, mi accusi di pretesti,
non mi vuoi dare fiducia e non credi
che cerco di corregermi.'Dovresti
cambiare-dici-ormai mettere i piedi
per terra'. Alla mia età! Ma tu sapresti
farmi tornare indietro? E non lo vedi
ciò che ogni giorno escogito per fingere
che l'armonia fra vivere e sognare
non abbia scosse, e come sappia tingere
d'azzurro ogni orizzonte. Ma noi siamo
ciò che sogniamo e chi la può strappare
l'essenza della linfa dentro il ramo?


L'ULTIMA CENA

di Maria Do Rosario Pedreira


Portò le parole e le mise sulla tavola.
Le portò nelle mani chiuse (alcuni dissero
che nascondeva solo le ferite del silenzio).

Le posò sulla tavola e cominciò ad aprirle adagio,
adagio come il passare del tempo quando il tempo
non passa. E dopo le distribuì agli altri,
si moltiplicò in dita, in parole (qualcuno disse
che sarebbero arrivate e tutti, avrebbero altrepassato i secoli e
avrebbero avuto la durata del tempo quando il tempo perdura).

Cenò insieme a tutti con il pane non lievitato e il vino aspro
delle magre viti del monte che i venti decimavano.
Quando si alzò, c'erano ancora parole sulla tavola,
cose da dire negli avanzi del pane che qualcuno aveva lsciato,
ferite profonde nelle mani che chiuse in silenzio e adagio.

Lì vicino un fico fioriva. In attesa.

POSARE UN MATTONE SU UN ALTRO

di Philip Larkin


Posare un mattone su un altro,
aggiungerne un terzo ed un quarto,
non lascia il tempo di chiedersi
se ha un senso quello che fai.

Ma star seduto con mattoni intorno
coi venti che imperversano dal cielo
meditando su quello che dovesti
fare o sul quel che puoi - toglie ogni dubbio.

HORTULUS

di Marino Moretti


Io non odo i miei passi sul tappeto
d’erba su cui m’aggiro
contenendo il più piccolo respiro
come per cura d’essere discreto.
Ricordare è qui dolce. Ogni fil d’erba
potrebbe ricordare
ché molto sa. Quante memorie care
questo stretto recinto anche ci serba.
Qui si può amare e il crisantemo e il verme
e il vaso della menta,
l’ultimo cespo e la corolla spenta,
la foglia secca e le fogliette inferme.
Esser qui sempre come un’ombra, come
un’indistinta forma di passante;
restare fra le piante
non più di un’ombra, che, fra tante, ha un nome.




TRE ANNI DOPO

di Juan Gustavo Cobo Borda


Mi manca ancora tanto per sapere di te,
ancora ignoro tutto,
perché il bacio è un’altra forma di interrogarti.
Per questo, man mano che il desiderio
diventa sogno,
soffio sul tuo volto
affinché gli occhi, aprendosi,
riconoscano in questa freschezza insospettata
la loro confidenza più intima.
Ancora mi manca tanto per sapere di te,
ancora ignoro tutto,
ma questa luce che ti disegna,
mentre cammini nuda nella stanza,
e ti fissa nel suo ocra dorato,
è già sufficiente, e mi basta.



UNA VOCE

di Yves Bonnefoy


Ascoltami rivivere nei boschi
sotto il fogliame della memoria
dove verdeggiante trascorro,
sorriso calcinato di antiche piante sulla terra,
stirpe carbonacea del giorno.
Ascoltami rivivere, ti conduco
al giardino di presenza,
abbandonato alla sera e ricoperto d’ombre,
abitabile per te nel nuovo amore.
Ieri deserto regnante, ero una foglia selvatica
e libera di morire,
ma il tempo maturava, nero compianto delle valli,
la ferita dell’acqua nelle pietre del giorno.



24 giugno 1923 - 1° luglio 2016

lunedì 25 aprile 2016

Tu hai sempre un altro impegno!

di Marina Mariani

"Tu hai sempre un altro impegno! - gli dicevano gli amici
e lui restava lì col suo cappotto invecchiato.

Loro partivano dai Quattro Canti o dalle Quattro Fontane
spargendosi via per il Centro barocco tra cupole e vetrine
e s'incontravano poi con pacchi e Baedeker
si facevano cenno, si riconoscevano.

Avevano cercato di trascinarlo con loro
ognuno illustrando il suo futuro percorso certo o probabile,
dando indicazioni circostanziate di affreschi e trattorie
e negozi con esclusiva merce pregiata inglese, se argenti,
di Cefalù se fiancate di carretti;
o descrivendo caffè di antica gloria letteraria,
piazza dagli incontri arcani altrove irrealizzabili,
salotti di gioielli e di dame; e lui ascoltava,
tutto seguiva con lo sguardo e l'orecchio vigile;

che poi restasse lì era ormai scontato,
lo sapevano tutti.






CIRCE

di Giorgio Vigolo

E chissà che questa non sia la morte.
Pallide strade perdonsi nell’erba
stridula al vento della sera fredda;
alberi non vedo né casolari
ma solo il circo dei monti deserti
che orla ancora un tramontato sole.

A mano a mano che inoltro mi spoglio
d’umanità nel desolato vespero;
i prati, il cielo mi vuotano l’anima
e mi sento lentamente svenare
dalla solitudine che m’assorbe.

Non resisti alla gran forza dei monti
che ti si bevono come una pioggia
e i ricordi scendono sotto terra,
che nome avevi adesso non sai più.

Tremendi, i colori della campagna
quando consumano i tuoi sensi umani
e a poco a poco ti mutano in terra,
quando ti fanno diventare prato,
distesa d’acque, orrore di pietraia.

E non ti puoi più alzare in piedi e correre
e chiamare.
Solitudine, hai vinto.



TANTO APRILE IN OTTOBRE

di Jorge Riechmann



1

Tanto dolore scritto in questo corpo.
Tanta luce annegata in questi occhi chiari.
La rosa è senza fine perché
                                      – lo sapevi.
Il dolore non ha mai uno scopo.

2

All’ospedale il tempo è un altro tempo.
Segue regole distinte:
latte caldo alle quattro e alle undici,
colazione alle nove,
tante medicine in vasetti di plastica,
misurare la pressione al mattino e alla sera,
visita dei dottori più o meno alle dieci,
il pranzo all’una, così presto…
Ciò che svanisce è l’impazienza.
La camera è un vagone ferroviario
e il treno non sarà a destinazione
prima di tre settimane.
Un visitatore ha osservato
che Madrid vista da questo decimo piano
è un olio di Antonio Lopez.

3

Dopo il mitoxantrone
orini azzurro.
Vicino agonizza un giovane
al quale hanno segato la gamba fino all’anca:
amputata pesava trentacinque chili,
più che il resto del suo corpo adesso.
Un mesmetizzatore lo ipnotizza
perché non voglia morire
però muore.
Tu orini un azzurro
contiguo a quell’agonia.

4

Queste malattie si portano via molte cose.
Ciò che rimane
provo a chiamarlo essenziale.
Per esempio: sei viva. Ti amo.

5

Il caffellatte costa ottanta pesetas.
Il succo d’arancia naturale, duecento.
Un litro e mezzo d’acqua
minerale costa centoventicinque.
La cura – che paga
il Servizio Sanitario Nazionale – da sei a otto milioni.

6

A volte ho pensato ch’eri già morta
e io vivevo una vita senza te,
forse con un’altra donna.

La libertà di un dolore.
M’immagino a rileggere i tuoi quaderni
scritti con quella grafia che giudicavi così brutta.

E allora capisco che quella vita
è un pozzo secco che in realtà non immagino
e non avrebbe a che vedere niente con me,
niente.

7

In piedi dietro di te
ti cingo la vita con le braccia
mentre ti pieghi per lavarti il viso
(questa mattina sei svenuta
e sei tornata in te con un minuto di terrore
sulla lingua).
Ti sostengo perché tu non cada,
la mia carne stretta alla tua carne.

Mentre stiamo così
penso a quante volte siamo stati così
ma la mia carne dentro la tua carne
ma la tua carne avvolgendo la mia carne.

E d’un tratto sei tu che mi sostieni
perché io non cada.

8

Sogni
che bruciano un cavallo da dentro

e il giorno dopo inizia la febbre.

9

Il tonico per il viso e la crema idratante
anche con trentanove gradi.
Anche quando questo rappresenta più lavoro
di quello del giorno in cui più hai lavorato in vita tua.
Tutto questo lavoro
per salvare la freschezza della pelle

salvare la vita e il mondo
che oggi dipendono dalla freschezza della pelle.

10

Un arcipelago di piccole stelle di sangue
sulle cosce.
Hai solo dodicimila piastrine oggi.
Han battezzato le tue stelline petecchie.

11

Sei sacra
La tua orina puzza
sei sacra
Ti cadono i bei capelli neri
sei sacra
Le gambe non ti sostengono
sei sacra
Le ferite non cicatrizzano
sei sacra
Senza morfina non sopporti le piaghe della bocca
sei sacra
sei sacra
e per questo domani scende la febbre
scende la febbre azzurra
inizia il giorno della tua restituzione.

12

È passata, è passata, e restano soltanto
i ragazzini che cavalcano le loro mountain-bikes nello spiazzo
– oltre il parcheggio, così piccoli
dal decimo piano –
e quella goccia di sangue sulle stoviglie di plastica.


domenica 22 marzo 2015

TI ASPETTO E OGNI GIORNO

di Alda Merini

Ti aspetto e ogni giorno
mi spengo poco per volta
e ho dimenticato il tuo volto.
Mi chiedono se la mia disperazione
sia pari alla tua assenza
no, è qualcosa di più:
è un gesto di morte fissa
che non ti so regalare.

domenica 15 febbraio 2015

NON ESISTONO AMORI FELICI

di Louis Aragon

Nulla appartiene all’uomo Né la sua forza
Né la sua debolezza né il suo cuore E quando crede
Di aprire le braccia la sua ombra è quella di una croce
E quando crede di stringere la felicità la stritola
La sua vita è uno strano e doloroso divorzio
Non esistono amori felici

La sua vita somiglia a quei soldati disarmati
Ch’eran stati preparati a un diverso destino
A che può servire che s’alzino al mattino
Loro che si ritrovano la sera sfaccendati inerti
Dite queste parole Mia vita E trattenete le lacrime
Non esistono amori felici

Mio amore bello mio caro amore mia lacerazione
Ti porto in me come un uccello ferito
E quelli senza capire ci guardano passare
Ripetendomi dietro le parole che ho intrecciato
E che per i tuoi grandi occhi così presto morirono
Non esistono amori felici

Il tempo per imparare a vivere è già passato
Piangano nella notte i nostri cuori all’unisono
Quanta infelicità per la più piccola canzone
Quanti rimpianti per scontare un fremito
Quanti singhiozzi per un accordo di chitarra
Non esistono amori felici

Non esistono amori che non siano dolore
Non esistono amori che non strazino
Non esistono amori che non lascino il segno
E non più che di te l’amor di patria
Non esistono amori che non si nutrano di pianto
Non esistono amori felici
Ma è il nostro amore di noi due


mercoledì 4 febbraio 2015

COME UN MIRACOLO

di Mila Kacic


È come un miracolo il contatto di due pelli,
la percezione di un profumo
che è anche il tuo profumo,
lo aspiri con le narici dilatate
per non scordarlo mai più.

È come un miracolo la mano che
scivola carezzevole sulla tua spalla,
sui seni
che non sono altro
che attesa.
Una mano che si fa strada
oltre il ventre, là
dove può andare solo chi
è il tuo uomo,
da sempre una parte di te
che vuole solo visitare i suoi paesaggi.

Il contatto di due pelli
è come una unione,
è desiderio
ed è appagamento.

Ma peggio della morte
è quando nessuno più
ti tocca.


martedì 3 febbraio 2015

L'INCHIOSTRO NERO CHE DANZA SULLA CARTA

di Pedro Tamen


L’inchiostro nero che danza sulla carta
garantisce l’eternità di chi impugna
l’oggetto ballerino e freddo
(credevo un tempo, o semplicemente
fingevo di presumere). L’inchiostro
di qualunque colore e la carta
o ferro dove si iscriva
passano volatili come le dita
piene d’intenzioni e come
il suono del cuculo tre volte ripetuto.
Al silenzio che segue nessuno forse
risponde, poiché non sa
che c’è stato un suono, una verità, un prima.



CERTIFICATO DI GARANZIA

di Ewa Lipska


La nostra macchina da matrimonio
si è inceppata all’improvviso.
E benché continuiamo
a pelare i pomodori
a tagliare sottilmente l’aglio
a infarcire la serata
di parole sul sesso
e a mangiare ricordo
dopo ricordo
cerchiamo nervosamente
il certificato di garanzia
che mantiene la parola.


domenica 4 gennaio 2015

SPERANZA

di GERARDO DIEGO

Chi ha detto che hanno fine la curva l’oro il desiderio
il suono giusto della luna sul marmo
o la perfetta plissatura delle elitre
nel cinema che esercita il suo tenero protettorato?

Perquisite il mio taschino
Vi troverete piume in funzione di uccello
briciole in cerca di pane tarlate divinità
frasi d’amore eterno senza
carta d’imbarco
e gli occulti sentieri delle onde



lunedì 8 dicembre 2014

IMMIGRANTI

di Meria Delmar


Una terra con cedri, con olivi,
una dolce regione di fresche vigne,
lasciarono vicino al mare, abbandonarono
per il fuoco d'America.

Conservavano tra le labbra
il sapore della resina,
e il fumo profumato del narguileh
negli occhi,
mentre la nave si perdeva tra le onde
lasciandosi dietro le pietre di Beritos,
la valle gioiosa ai piedi delle colline,
e i banchetti del vino attorno alla tavola
preparata nell'estate
sotto il cielo pieno di gemme.

Il mare cambiò nome
una volta, un'altra e un'altra ancora
fino ad arrivare alla scottante riva
dove veloci raffiche
di uccelli dipingevano
di colori e musica improvvisa
l'istante,
e il fragore dei fiumi imitava il ruggito
del giaguaro e del puma
nascosti nella selva.

Su rive e su montagne costruirono case
come in passato la tenda nelle verdi oasi
l'antico avo, e le vecchie parole
iniziarono a scambiare
con le parole nuove
per chiamare le cose,
e seppero condividere il cuore con grandezza
come prima l'otre d'acqua nella sete del deserto.
A volte quando suona il liuto della memoria
e la prima stella
brilla nella sera
ricordano il giorno
in cui il bled scomparve lentamente
dietro l'orizzonte.


domenica 5 ottobre 2014

I LIMONI - EUGENIO MONTALE

di Eugenio Montale


Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s’abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Lo sguardo fruga d’intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno più languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.
Ma l’illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rumorose dove l’azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s’affolta
il tedio dell’inverno sulle case,
la luce si fa avara – amara l’anima.


domenica 3 agosto 2014

Ricevo da te questa tazza

di Valerio Magrelli

Ricevo da te questa tazza
rossa per bere ai miei giorni
uno ad uno
nelle mattine pallide, le perle
della lunga collana della sete.
E se cadrà rompendosi, distrutto,
io, dalla compassione,
penserò a ripararla,
per proseguire i baci ininterrotti.
E ogni volta che il manico
o l’orlo s’incrineranno
tornerò a incollarli
finché il mio amore non avrà compiuto
l’opera dura e lenta del mosaico.

Scende lungo il declivio
candido della tazza
lungo l’interno concavo
e luccicante, simile alla folgore,
la crepa,
nera, fissa,
segno di un temporale
che continua a tuonare
sopra il paesaggio sonoro,
di smalto.